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... Antonio Ferrara con "Pane Arabo e Parole" (ed. Falzea 2010) torna con i ragazzi (indicativamente degli ultimi anni della Primaria, ma non dovrebbe nuocere a quelli della Secondaria di I grado) alla riflessione sul mondo dell’intercultura (penso quanto meno a “Come i pini di Ramallah”, per non citare il più ovvio “Pane arabo a merenda” del 2002) e della diversità dei mondi in genere, entrando in modo prepotente in un’attualità mai esplicitata; sappiamo, e i bambini con noi, che quello che leggiamo è aleatorio, appartiene al mondo del racconto, ma che in qualche modo è più che possibile, perché quotidiano nei suoi personaggi e nei suoi fatti. Quello che avviene ai protagonisti non deve essere poi così lontano da quello che avviene ai nostri figli, ai nostri fratellini o ai cuginetti.
La città in cui si svolge la vicenda è Novara ma, di nuovo, potrebbe essere una delle tante. Una delle tante città del Nord, sarebbe forse meglio dire, se non altro per i personaggi che la popolano; domina un’atmosfera positiva di provincia, in cui il nucleo della società non è ancora scomparso, gli uomini giocano a carte al bar e la scuola mantiene saldo il suo ruolo di punto di aggregazione. Uomini, donne e bambini si muovono in un universo reale, naturale ma stilizzato: luoghi e sentimenti appaiono
talvolta semplici, per meglio dire semplificati, perché filtrati dell’occhio di bambino di Nadir. Anche se l’occhio, forse, non è il vero protagonista di questo racconto (nonostante le immagini di cui sopra): contano più le parole, quelle dell’italiano, che Nadir si sforza di imparare per essere uguale agli altri fino a superarli. Quando la maestra chiede quale sia il contrario di differente, Claudia risponde prontamente che è uguale; ma Nadir pensa dentro di sé che la risposta corretta sia indifferente. E lui non vuole esserlo. Per questo si sforza di piacere allo zio di Gino, che ritiene ingiusto che suo nipote rimanga indietro per colpa dei suoi compagni stranieri che rallentano il programma! Ma il saper parlare di Nadir poco alla volta conquista il signor Alberto; il bambino non ride degli strafalcioni linguistici dell’adulto (il “bagagliaio” di esperienze, l’auto con la marmitta “paralitica”, la distanza “gastronomica”) e alla fine sarà proprio il papà di Nadir a spiegare ad uno spaventatissimo Alberto che nel suo laboratorio non verrà uno “stragista” per il tirocinio, ma uno stagista.
Nadir non ride, ma annota nel suo racconto, anche in modo impietoso, e ci fa ricordare quanto la nostra presunta superiorità diventi scempio della lingua; lui, che vuole essere uguale agli altri (riuscirà a confessare il suo tenero amore per la compagna Maristella?), capirà sin da subito che la vera cosa importante è essere differenti, proprio per combattere l’indifferenza e dedicarsi alla solidarietà.
Solidarietà è proprio il termine chiave della storia, che i ragazzi ritrovano nei titoli, nei disegni, disseminato nel testo; una solidarietà che è a frecce invertite, dallo straniero all’italiano, e per questo poco rassicurante per chi non ama mettere in gioco le proprie certezze.
di Stefano Verziaggi (tratto da: http://www.sulromanzo.it/blog/pane-arabo-e-parole-di-antonio-ferrara cliccate per leggere l'articolo completo) |